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  • May : 23 : 2017 - Milangeles
  • Aug : 10 : 2017 - Chic shock. Scene da un nuovo sogno - parte 9 - Flashback
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Chi campa ‘nzieme a te
Te pare niente
Si jesce pazz’ 
È pazz’ overamente

(Chi vive con te,
ti pare poco?,
se impazzisce
impazzisce davvero.)
(‘E Zezi – Gruppo Operaio, Vesuvio)

In altro non sta la pena nostra, se non in volere quello che non si può avere.
(Santa Caterina da Siena)

Decidi di essere una cosa,
la giri e sei il suo contrario
(Marino Pappalardo)

Era sempre stato così, o forse no.
Dapprima erano loro due, avvinti a ogni forma d’arte e d’eccesso e l’uno all’altro. Poi arrivò Lex, con cui Marino formava una coppia che ricordava da vicino gli studenti goliardi che popolavano le prime Accademie medievali, antenate delle moderne Università. E non è un’esagerazione: una volta andarono davvero in Facoltà travestiti da Bacco, con tanto di corona di foglie di vite, satiri superdotati, zampogne e alquante baccanti.
Rischiarono l’espulsione più volte in gioventù, la prima e più memorabile delle quali per atti osceni, per poi laurearsi brillantemente, Lex col massimo dei voti, Marino quasi. Vocazioni differenti: tutti dissero che Marino sarebbe diventato professore, mentre Lex scriveva molto bene. Il resto è storia.
E che dire di quando si tirarono in casa anche un disegnatore di fumetti col vizio del fumo e un guitto che viveva quasi in condizione di vagabondaggio? Maury si iscrisse tardi all’Accademia di Belle Arti, che mai completò, Andrea continuò a studiacchiare e recitare col sogno di incontrare la persona giusta e fare un film, imborghesendo un tantino il suo standard di vita che fino a un certo punto anche un picaro avrebbe detto penoso. Purtroppo, il suo cellulare vibrava solo per comunicargli che aveva una richiesta di amicizia dalla Associazione Culturale Teatrale di Transacqua.
La vita, le opportunità, le donne, i soldi, che a volte c’erano ma più spesso mancavano, li portavano qua e là, su e giù per l’immensa distesa di sogni infranti chiamata Agglomerato, dove uno studente diventa barbone e raramente succede l’inverso anche se alcuni barboni sanno più di svariati studenti. Alcuni sparirono per un po’. Ora erano tornati tutti, e si vedeva.
Ma Marino non era come gli altri, che si accontentavano degli alti e bassi della loro esistenza. Marino Pappalardo doveva avere tutto. E si badi bene, tutto non vuol dire solo alti, ma tutta la gamma che va dall’Empireo all’Inferno, e guai se mancava un gradino. E doveva avere ogni gradino quando diceva lui. Doveva passare attraverso ogni esperienza senza soccombere, non importa quanto potesse risentirne. In questo era più estremo degli altri: il suo era un atteggiamento talmente radicale che, qualora non risentiva, nel bene o nel male, di qualcosa, quel qualcosa non era stato autentico, e si rabbuiava.
Non era facile stargli accanto, ma Eleonora ce l’aveva fatta per anni. Non era facile neppure stare accanto a lei, bellissima, di buona famiglia e anche piuttosto semplice. Con gli anni Marino era diventato piuttosto simile a un automa che mette tutto in cantiere e prosegue per la sua strada, ed Eleonora cominciava a non essere troppo da meno, e ciò la atterriva.
Marino era bravo, arrivava il successo, poi addirittura i soldi, avevano raggiunto notorietà quantomeno nazionale ed erano una delle coppie più invidiate, seguite e inseguite dell’Agglomerato, cosa che faceva impazzire lui e inorgogliva anche lei, perché no, come spesso ripeteva a se stessa di notte. Allora perché aveva voglia di piangere?
Marino dormiva accanto a lei, e non erano le storie di lui con altre donne a turbarla, perché erano false e, soprattutto, poco importanti anche se fossero state vere. Si amavano molto.
È vero, frequentavano i salotti più ricchi, gli artisti più famosi ed eccentrici, gli ambienti più in voga, conoscevano tutti ed erano amati per quello che erano, una giovane coppia famosa che poggiava sul solido talento di Marino, mentre lei studiava e un giorno sarebbe diventata dentista. Ma Marino stava decisamente esagerando.
Innanzitutto viveva la passione amorosa in modo assoluto e, in barba alla sua spregiudicatezza, a volte anche un po’ infantile: per lui tutto era un’esperienza unica, irripetibile, finanche epica. E fin qui a lei stava bene, almeno all’inizio, e questo pensiero la metteva al sicuro da ogni possibile congettura di infedeltà dell’amato, che al contrario, pur fidandosi di lei ciecamente, era tempestato da ogni dubbio possibile, ragionevolmente o meno. Inoltre lei prese a non sopportare l’ossessione di Marino per gli ultimi, gli emarginati, quelli che lei nel profondo, seppur restando sempre al suo fianco, considerava la feccia dell’umanità: non si sapeva mai se la serata sarebbe trascorsa in compagnia di un pittore, una ricca signora, una coppia famosa, una prostituta, un barbone cieco e incontinente, uno zingaro. Marino amava mescolarsi con chiunque e passare attraverso gli individui più diversi rimanendo sempre se stesso, o almeno così diceva lui. Ma in realtà lui chi era? Questo Eleonora da un po’ di tempo non riusciva più a dirlo con certezza. Lui era certo di saperlo, e riusciva perfino a convincerne il prossimo: era solo uno che univa yin e yang, decadenza e vitalismo, o, come diceva lui, chic e shock.
Intanto era arrivato il periodo indiano. Marino ed Eleonora frequentavano il quartiere di Delhi, lui cominciava perfino a modificare il suo look e il suo abbigliamento. Le approfondite letture che gli occupavano gran parte della notte influenzarono la sua produzione, che si fece mistica, confusamente orientaleggiante, quasi religiosa, salvo poi comportarsi in modo tutt’altro che ortodosso. Qui compaiono altre due ossessioni di Marino: da un lato una disperata ricerca della fede, dall’altro il tema sociale, il rispetto dei diritti umani, la condizione della donna.
L’opinione pubblica, avvezza a nutrirsi di disgrazie come di mentine per poi espellerle immediatamente (Marino parlava di disgrazia usa e getta), fu molto sensibilizzata da scritti che se non altro fecero rimbombare l’eco di talune sciagure un po’ più a lungo, ma a lui ancora non bastava: quell’orrore doveva restare per sempre sulla carta con i suoi versi, ed eccolo aggirarsi parlando continuamente di atrocità, perché chiunque, anche il più ottuso ignorante che viveva nel più remoto angolo, doveva sapere e fare qualcosa.
Quindi cominciò lui stesso a fare qualcosa. Oltre a sensibilizzare le persone su abomini perpetrati in società arretrate come in quelle cosiddette avanzate, che secondo lui avanzate non erano per niente, Marino diede il via a una vera e propria emorragia economica che andava dalle sue tasche direttamente a Delhi, aiutando singole persone, abbracciando cause benefiche e divenendo maniacale nel controllo delle destinazioni dei fondi.
Era molto attento ai diritti e alle condizioni di vita delle minoranze e delle comunità straniere dell’Agglomerato, popolazione che raggiungeva livelli di densità spaventosi, ammassata com’era in ghetti e quartieri periferici, mentre al centro veniva spesso ignorata o temuta. Per un periodo Marino ed Eleonora si spingevano addirittura fin dentro il campo rom a est, dove lui prese a frequentare in particolare Feride, una bella ragazza dagli occhi lucenti, madre della piccola Vesna, da tutti conosciuta col nome di Diamante, la bimba che improvvisamente fuggiva dal campo e compariva quasi per magia negli angoli più disparati dell’Agglomerato. Memorabili ricerche di notte e di giorno facevano sì che la coppia riportasse Diamante dalla madre. Le periferie dell’Agglomerato sono posti violenti e Marino era terrorizzato dall’idea che accadesse qualcosa a lei o ad altri bambini, e probabilmente, nella sua innocenza, anche Diamante. Ciononostante lui, occhi fissi sul traguardo e volontà di plutonio, continuava a riportarla a casa.
Naturalmente neanche questa volta Marino lesinò i suoi sforzi: anche grazie al suo interessamento e alla sua insistenza (aveva rotto le scatole praticamente a chiunque in città avesse un briciolo di influenza o potere di qualunque tipo), i rom si videro assegnati molti appartamenti nella zona delle Case Popolari. Ma non c’era verso di cambiare le loro abitudini e le famiglie che venivano trasportate nei nuovi alloggi facevano immancabilmente ritorno alla baraccopoli giù nel Distretto Orientale. Si fecero illazioni perfino sui rapporti intrattenuti dallo scrittore con Feride, cosa per lui inconcepibile anche per non turbare il contesto sociale di lei. Dopo un poco Eleonora non tornò più al Campo Est.

Una brutta mattina un agricoltore di Delhi uccise sua figlia, non ancora diciottenne, a causa della passione di lei per la moda occidentale. Il fatto ebbe grande risonanza e si cominciò seriamente a ragionare sull’emergenza periferie e sull’emergenza Delhi, cosa che Marino auspicava, ma ormai era troppo tardi. Marino aprì gli occhi e frequentò il quartiere indiano sempre più di rado. Anche questa volta Eleonora restò al suo fianco.


 continua

Sono il padre che veste i panni del figlio
Sono la casa rossa che vedi da lontano
Sono il temporale che ti sorprende senza ombrello
Sono solo lo stronzo lassù

È il tempo della bimba di velluto
Che vende la fortuna 
Che dopo una dozzina d'anni
E che viene dal fondo

Tutto ciò che puoi fare
È mordere
E fuggire il morso

Sei stata l’angolo di quadro
Toccato di nascosto al museo
Il trancio di vita strappato
La bellezza
È poesia come la fai a pezzi

Finirà malissimo
E spero sarai viva e mi vedrai
Salire a cavallo di un groove di stelle

Alla domanda “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?”, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella.
(Toni Servillo nel film “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino)

Bisogna essere sempre ubriachi. Tutto sta in questo: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del tempo che rompe le vostre spalle e vi inclina verso la terra bisogna che vi ubriacate senza tregua. Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro. Ma ubriacatevi.
(Charles Baudelaire)

L’unica conoscenza assoluta che l’uomo possa raggiungere è che la vita non ha alcun significato.
(Lev Tolstoj)

Che cos’è il Fato? Forse una forza cieca, ottusa che ci spinge in determinate direzioni? E chi è che le determina? Un dio, il Fato stesso? E non possiamo noi, creati a immagine e somiglianza di Dio, opporci con tutte le nostre forze in virtù del libero arbitrio? Non possiamo dunque lottare, sgomitare, dibatterci per affermare la nostra volontà? E non stiamo forse, anche in questo caso, facendo esattamente ciò che dobbiamo?
Sediamo qui, ci balocchiamo con mille idee, ci muoviamo credendoci liberi, invece stiamo solo aspettando che si metta in moto il gioco a incastro delle coincidenze, che poi neanche esisterebbero, a darci vita e fare andare avanti il nostro film. Quindi, cosa ci governa? Il Caso? Il Destino? E se fossero la stessa cosa?
Quella sera, c’era Marino e c’era Ennio, e c’era anche il fratello di Marino, arrivato in città perché prossimo agli studi e desideroso di respirare quell’aria nuova, seducente, che sapeva di fortuna, arte e cognac e che ben presto l’avrebbe accolto tra le sue spire scure come un famelico serpente di mare.
La notte procedeva e la folla non scemava tra le luci al neon, gli schiamazzi e i lampioni. Tutto, i vicoli, le persone, le bottiglie, era giallo ambra. Ma non alle Isole.
No. Lì si respirava un’atmosfera più tranquilla, c’erano meno spacciatori, puttane e barboni, i tavolini e le sedie, presi un po’ dove capitava, ospitavano avventori più tranquilli, che parlavano a voce più bassa e sorseggiavano drink più costosi. Il Quartiere Nipponico era più elegante e questo creava un’atmosfera tesa, di horror vacui per ciò che non c’è, o non vedi, di pericolo incombente dietro sorrisi di plastica e denti sbiancati.
A Marino piacevano una volta sorrisi di plastica e denti sbiancati. Poi qualcosa dentro di lui si era spezzato e non riusciva più a ripartire, qualcosa gli era caduto sulla testa, e quel qualcosa doveva essere più o meno tutto, diciamo un po’ come i Galli che avevano paura del crollo della volta celeste e di nient’altro, quindi aveva decisamente optato per denti meno curati e drink spesso andati a male, senza sapere nemmeno lui realmente perché.
Nondimeno la serata procedeva gagliarda, si fumava, si parlava, perfino si rideva. Un gruppo in tenuta bianca suonava musica d’avanguardia che faceva molta atmosfera. Marino non pensava, Giorgio non parlava. Ennio parlava, beveva, fumava perfino e soprattutto guardava. La fauna femminile rispondeva guardando entrambi i trentenni e perfino il candore di Giorgio riscuoteva un discreto successo, perché era ancora incontaminato, non aveva quella polvere luccicante addosso, non era ancora Agglomerato, seppur per poco.
Sopra le loro teste, non il cielo, le Isole. Piattaforme di vero terreno sospese artificialmente in aria da quegli incredibili giapponesi, Dio solo sa come. Per prima si vedeva la più piccola, in modo tale che l’imponente mole della più grande potesse sporgere da sopra oscurando del tutto la volta stellata. All’ombra delle Isole storie di fratellanza artistica e amore si avvicendavano ogni notte orchestrate dalle geishe e sotto il fermo occhio di ghiaccio di Take, il proprietario nonché tuttofare del poderoso impianto. La periferia dell’Agglomerato era cresciuta a dismisura e si era anche sviluppata e se l’Isola del Lungomare era il paradiso dei ricchi, le Isole giapponesi erano quelle dei radical e il quartiere aveva raggiunto dimensioni mostruose, come i suoi introiti. Quei nipponici della zona ovest sapevano il fatto loro e se c’era bisogno di qualcuno che si desse realmente da fare in quel decadente pasticcio postmoderno potevi ben rivolgerti a loro.
Erano molti gli eventi mondani cui potevi partecipare alle Isole. Memorabili gli open bar, in occasione dei quali, pagando un prezzo fisso in effetti irrisorio, avevi un’ora di tempo per tracannare tutti quello che vedevi. Poi i nostri bohémien tornarono in città e Take decise di proibire gli open bar.
Ennio indossava una palandrana multicolore e ora flirtava addirittura con una delle geishe. Marino aveva una maglietta nera, era distratto e spiegava a suo fratello i benefici derivanti dall’assunzione dell’assenzio ben preparato.
Un cenno ed ecco stagliarsi tra la folla una figura familiare e tracagnotta. Andrea, sciarpino e maglia a righe molto (troppo) aderente, salutò e si avviò al tavolino. Davanti a lui, nientemeno che il Critico di Chiara Fama, accompagnato da due procaci miss, la bionda in abito rosso, la mora in vestitino da sera nero, attillato, luccicante e scandalosamente corto e costoso. Tutti si sarebbero girati a guardarli, se quello non fosse stato lo standard estetico di norma alle Isole.
Marino si alzò di scatto, uscì dalla pedana candida e si diresse verso una zona poco illuminata. Quasi tutti lo guardarono, quasi tutti lo riconobbero, gli altri l’avevano già riconosciuto prima. Era abituato agli occhi puntati addosso, e anche a non attribuire il fatto all’estetica, ma non a farlo da solo.
- Clelia.
- Ciao Marino.
Clelia era alta, mora, abbronzata e aveva un vestito nero che terminava in una gonna lunga e larga.
- Tutto bene? Che ci fai così lontano?
- Quello che ci fai tu. Niente. Qui non si fa niente. Le cose realmente belle succedono per la strada. - sorrise la ragazza, avrà avuto sì e no 25 anni.
“Spero avrà apprezzato la mia citazione.”
“Detesto quando fanno così. Due battute e non perde l’occasione di metterci la citazione. E che io sia dannato se l’ho scritta così questa roba. E che cazzo.”
- Vero. Senti, hai notizie di Eleonora?
- Non molte, sta con quel tipo adesso.
- Sì lo so. In realtà volevo salutarti, non chiederti di lei. - disse Marino sincero.
- Okay, ma non mi chiami mai.
- So anche questo. Però ti ho vista e mi sono alzato. Non ci vediamo da un po’. Poi potevi anche non essere tu, non ci vedo molto bene.
- Sono le luci della ribalta che ti accecano.
- Era vero una volta.
- Alcune non si spengono mai. Vorrei chiederti come stai.
- Allora fallo.
- Non serve, lo so da me.
- Credete tutti di sapere tutto, ma alcuni leggono solo dei giornalacci.
- Non io chéri, e neanche gli altri. Fa rumore una quercia quando cade.
Improvvisamente li vide scivolare in una Bentley e partire, discreti, silenziosi, lentamente. In realtà ci fece poco caso, guardava l’altra negli occhi.
- Non vuoi lei, - disse Clelia. – vuoi una cosa che non c’è più.
- Mi ricordo un sacco di cose belle.
- Le cose belle sembrano sempre un ricordo.
- Però.
Un’auto accostò. Non reggeva il confronto con la Bentley, si trattava di persone normali che sicuramente aspettavano Clelia. La portiera del lato destro si aprì piano.
- Devo andare. - fece Clelia, che era riuscita a guardare Marino negli occhi per un quarto della conversazione.
- Dove? - chiese il poeta con gli occhi piantati nei suoi e non nella scollatura, cosa che per la legge degli eventi desueti la faceva rabbrividire.
- Secondo te?
- In Centro! - dissero entrambi ridendo.
- E dove se no?
Gli toccò un braccio, lui si concentrò inspiegabilmente sulla catenina al collo di lei.
- Ciao. - gli disse solo, e sparì.

Marino aveva fatto non più di quattro passi nella scia tracciata poco prima dalla Bentley amaranto avvicinandosi al vecchio parco. Il contesto mutò repentinamente come solo nell’Agglomerato accade. Due barboni sudici giocavano a dadi sul marciapiede, le barbe lunghe, le mani fasciate, uno aveva una gamba di plastica che agitava di continuo, una puttana abbastanza avvenente e morta di freddo lo guardò e gli fece l’occhiolino, lui guardò, lei abbassò il volto e gli fischiò.
- Marino.
Quattro o cinque ragazzi africani si avvicinarono e cominciarono a estrarre qualcosa da tasche e borse. Qualunque altro essere umano si sarebbe sentito sperduto o quantomeno fuori posto. Lui esitava.
- Vattene, Marino. - disse la donna dalla sfacciata prestanza fisica nonostante qualche chilo di troppo.
- Sì, ma affanculo! - tuonò Ennio sopraggiungendogli alle spalle in compagnia di Giorgio. - Maledetto, dov’eri? Non so muovere un passo qui!
- Ero qui, e fra poco saremo in centro.
- Maledette geishe, per uno sguardo! Takeshi lì voleva tagliarmelo per uno sguardo!
- Non era uno sguardo, vero? - Marino guardò Giorgio che scoppiò a ridere, al settimo cielo per la serata e per l’assenzio.
- Ma non era un posto tranquillo e per bene? Mannaggia, me lo potevi dire!
- Se ti faccio da badante dovrai pagarmi, ora che infiammi i locali con gli Uer te lo puoi permettere.
Uer, Uncle Ernie Rivisited, la nuova esplosiva band di Ennio, e mai nome fu più appropriato.
- Cialtrone fallito di un poeta marcio, ubriacone!
- Hai toccato il culo a Kibi, ahahah!
- Come lotta!
Risero, si abbracciarono, erano andati.
Un’ombra li seguiva.
- Ce ne andiamo? Me la sto facendo addosso!
- Taxi!
- Hai i soldi per un taxi!?
- Paghi tu!
- No, tu!
- Ho capito, paga Giorgio!
Giorgio era ormai inservibile, si buttarono in un taxi dicendosi Senatori della Repubblica, il tassista estrasse una calibro 9, ma quando li riconobbe li accompagnò gratis lo stesso. Ennio gridava, Giorgio rideva a crepapelle ebbro di assenzio che usciva e città che entrava, Marino era o pensieroso o tutt’al più iracondo. A fine corsa pretese il baciamano e che la fattura fosse inviata a Palazzo Madama, mentre Ennio faceva il suo portaborse e Giorgio giurava di essere sì una battona, ma maggiorenne.


L’indomani mattina l’aroma di buon caffè si spandeva per la casa. Clelia era intenta a zuccherare (ma tutti sapevano che Marino il caffè lo prende amaro), quando lasciò cadere una tazzina trasalendo all’improvvisa visione di una geisha con indosso solo un kimono.

continua

Un anno di vulesse ma nun pozzo
un anno ci sei sempre stata
i salti e le nostre baruffe
le beffe e i messaggi muti
musa

Potrei raccontarti che ti sei fatto lasciare
perché avevi altro da fare
le immagini scorrono ininterrottamente
sono troppe da tenere a mente

Milangeles

My dog he got 3 legs
your dog he got none

E' passato tanto tempo
tanto ancora passerà tra i rami il vento
almeno è stata l'unica scintilla
la finestra sul mulino più non brilla

nessuna spalla se il mare è profondo 
io organizzo viaggi intorno al mondo
senza biglietto, gita rovinata
una sola via d'uscita, quella sbagliata

e non so piatto Brema
se tremi solo tu o la terra trema

non si vive col lucchetto
il letto grande e l'invidia verde
per andare avanti non basta un tetto
non esistono cazzate, solo scoperte

stop stop inquisizione
non è facile coprire un fallimento col finto blasone
il sentiero ormai è diviso e per quanto fa centro
ho tutto quello che mi serve e questo è uno scherzo

e non so piatto Brema
se tremi solo tu o la terra trema.

That was your first mistake
you took your lucky break and broke it in two
now what can be done for you?
You broke it in two

Treno arredato
Bimba Marlene
Balla nei cieli nei prati di Cene
Arresto che parla
Figlia che scappa
Volare insieme fino a Marsiglia
Sulla pista elettrica
Ti vedo e non ti vedo
Triste nel baccano
Un po’ rotta
Sei lontana
Lontana ormai
Un’altra notte
Faccia nuova
Nuota in te

E so che mi stai guardando
So perché mi stai guardando
Non so quello che farò
Ciò che non succederà

Devo scendere
Corto circuito sorride
Dovrei ma non cambio
Randagio
Puniscimi ancora
Adagio con fio.

Silenzio, parla Melpomene

Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso.
(Gigi Proietti)

Una delle scene più banali all’stante viene investita di tanto significato! Tutte quelle banalità ad un tratto si trasformano in perle…
(Dal film “Tutto può cambiare” di John Carney)

Il teatro procura gioia a tutti, tranne a chi lo fa.
(Dal film “Il viaggio di Capitan Fracassa” di Ettore Scola)

- Puoi pure smettere di pensarci, non risolverà niente.
- Io non sto pensando a niente, mi ci state facendo pensare voi.
Marino sedeva sul divano in collo alto nero come pantalone e stivaletto, una gamba appoggiata sull’altra, una mano a reggere la testa, nell’altra una sigaretta.
- Non dire cazzate.
- Non è umanamente possibile che non ci pensi. Cazzo, ci sto pensando io.
- Se pensi quello che penso io, a cosa pensi?
- Io ho capito che sei Pappalardo il poeta di fuoco e di ghiaccio, ma non stai parlando con un giornalista cretino o una ragazza di Delhi, noi siamo come te.
Ennio si sistemò la casacca colorata e si sedette.
- Hai tutte le ragioni e fossi in te non so a quale guaio starei pensando.
- Io lo so. Pensa a lei.
Maury fumava e tossicchiava in direzione di Marino che guardava sempre fisso davanti a sé col solito sguardo impenetrabile.
- E non deve. Perché so cosa gli manca.
- E dillo anche a me cosa mi manca. Sa tutto lui il Carl Palmer del cazzo.
- Niente ti manca, ma senti la nostalgia dell’abitudine.
- A me piaceva l’abitudine.
- E ci credo, anche quella era folle.
- Chi, Eleonora?
- No, l’abitudine, Eleonora di folle non ha mai avuto niente ed è per questo che è finita.
- Stronzate. Lo sappiamo perché è finita. Perché tu, tu… tu!
- Mi sembri don Rodrigo che fa la checca isterica col Griso, peste bubbonica inclusa. Mauri’ calmati, sei tutto rosso e perdi il filo del discorso, di solito è un brutto segno.
- Tu sei un fallito! Ma guardati. Non fai più un cazzo e vieni a dire a noi come si sta al mondo. L’amore per gli ultimi, cause perse a palate, la passione politica del piffero… hai visto dove ti ha portato tutto questo?
- Dovevo lasciarvi a marcire in quella fogna!
- Buoni, buoni, perdio! Non ha tutti i torti! Puoi trovarti un’altra Yoko e farla finita. L’astro nascente della letteratura ormai è una stellina spenta e infreddolita, vittima di se stesso.
- Sì, fai come lui che ogni sera ne porta qui una diversa, quando non rientra addirittura abbracciato a un segnale stradale come l’altra volta.
- Non farebbe male a tutti e due, e il segnale sta bene in stanza. Marino, fratello mio, non pensare solo alla coppia che infiammava l’Agglomerato, ricordati anche dei momenti bui, del male.
- Me lo ricordo. Lo vedo ogni giorno allo specchio.
- Bravo, continua a restare lì impassibile a combattere uno specchio o la mala, peggio ancora, così sarai tu il prossimo. Non capisci che quell’idiota dell’amico tuo…
- Mio?
- …anche mio sì, ma tu Mari’, sempre il solito esagerato, sei capace di vedere il Moulin Rouge al Casacuore e in un resto umano un Toulouse-Lautrec! Semplicemente se l’è cercata, lo sapevamo tutti che finiva così, che se vai a rompere le palle ai traffici di quelli là la fine che fai è esattamente questa, perché quello tirava qua sotto tutte le guardie…
- E tu poi dove ti rifornivi?
Silenzio.
- Preoccupati piuttosto di quel mentecatto che si è trovato la tua bella. L’hai mandato all’ospedale.
- No, nemmeno di quello devi preoccuparti. È così ricco e cacasotto che non farà niente. Stupido.
- Io ho suonato il campanello per ben tre volte e lui non si è spostato.
- Sì, ciao…
- Questo è andato…
- Lo dico per te, Marino. Un tempo te la facevi con l’élite dei salotti e con il ghetto, ma mi pare che da un po’ di tempo a questa parte con l’élite abbiate bisticciato e che ti rimane solo la voglia di invischiarti con ogni sorta di caso umano.
- Io posso fare tutto con tutti, c’è sempre qualcosa che qualcuno non può fare con me.
- Stai esagerando.
- Sono un dannato poeta. Da dove pensi che attinga l’astro nascente, dal maledetto Elicona o da questo?
- Ma sentilo!, chi ti credi di essere, Gianni Costa? Eccolo il tuo poeta! Guarda qua: “Le folli notti di Pappalardo”. Leggi, c’è tutto: la carriera, gli amori, l’indistruttibile lucidità mentale. Come al solito. Ma c’è scritto anche che hai aggredito un giornalista, e pure questa sta diventando una costante.
- Beviamoci su.
- Sono d’accordo.
- Gli altri due dove sono?
- Soliti posti.
- Uno a un provino, l’altro a citare “L’insostenibile leggerezza dell’essere” coi compagni.
- Ragazzi… è da tempo che voglio farvi una domanda… ma, effettivamente, di noi cinque, qua dentro, chi è che ci abita e chi no?

continua...

Tossicittà

Sono molto solo per tutta la giornata, leggo un poco, ma se lo faccio a lungo mi viene mal di testa. Dipingo per quanto posso farlo senza stancarmi e quando comincia a far buio mi chiedo se Jeanne d’Armagnac [1] verrà al mio letto! Qualche volta compare e vuole giocare con me, e io l’ascolto quando parla, senza però riuscire a guardarla. È così alta e bella! Ed io non sono né alto, né bello.
(Henri de Toulouse-Lautrec)

Ah, but I was so much older then                          Ah, ma ero molto più vecchio allora,
I’m younger than that now                                   sono più giovane adesso
(Bob Dylan)

Tu che sei forte alla morte sopravvivimi, io sono debole quindi l'anima minami.
(Caparezza)
           
- Era proprio bella.

Si muoveva, ma si sentiva fermo, bloccato. Dopotutto, se per lui non contava più il tempo, e si sentiva in grado di sfidarne le leggi, la stessa cosa valeva pure per lo spazio. O forse era in balia di quelle leggi che non controllava più, che facevano di lui quello che volevano e gli sfuggivano.
Marino era in metro e fuori di sé, cercava di tornare a casa ma non ci riusciva. Qualcuno lo aspettava, più di uno non sapeva che fine avesse fatto. La camicia bianca era sporca e quasi del tutto aperta, una scarpa aveva un laccio sciolto, era sudato e i capelli avevano l’aria di aver bisogno di essere lavati. Sedeva di sbieco, un piede appoggiato sul seggiolino, un gomito sul ginocchio sollevato e la mano sul mento. La metro era dentro Marino.
Non riusciva a non pensare a ciò che era successo all’alba, quando aveva cominciato a cercare di rincasare. Non riusciva a non pensare a lui, all’ultima volta che lo aveva visto.

- Era proprio bella.

Marino era stato a Delhi, era tornato in Centro. Era stato allo Shelter a bere e giocare qualche partita con lo Scacchista e compagni. Per loro il gioco era una ragione di vita, ma non erano ludopatici, non c’erano soldi in palio, ma solo la gloria. Una nevrosi tirava l’altra, ma lui sapeva che l’unica che era anche la cura di se stessa, la scrittura, che in effetti era pure quello che faceva per campare, era ormai come perduta.
Una giovane donna passò con il suo bambino, il faccino simpatico, sorridente, avrà avuto tre anni o giù di lì. La donna guardò Marino, le fessure oculari di Marino incrociarono quello sguardo, poi si spostarono sull’angioletto biondo che zampettava come un pulcino dietro mamma oca. Il piccolo lo guardò e gli sorrise e Marino volle essere lui, anche più piccolo, scomparire, andare a casa. Ma non ci andava, i due scesero, lui rimase immobile.

Fredo era noto in tutto il Centro. La leggenda voleva fosse arrivato in città non ancora ventenne per studiare, attività che, semmai intrapresa, cedette presto il posto ad altre cose più in voga nell’Agglomerato: feste, nottate, compagnie casuali, vizi, noia. Fredo aveva cominciato a farsi nessuno ricordava più quando, neanche lui, e si era fatto di tutto, fino alle sostanze di più recente immissione nel mercato locale, che erano anche le più nocive, quelle che lo avevano minato nel fisico e gli avevano definitivamente annebbiato il cervello.
Si diceva fosse stato un bel ragazzo, quello che fino a quel giorno appariva come un malandato ometto senza età (Marino sapeva da fonti attendibili che doveva aver passato i 45 e gli sembrava plausibile), curvo, rugoso, denti e capelli pochi e sparsi, ormai sempre sporco e malvestito. Ma a modo suo gli piaceva, erano amici, due cose che Marino pensava di pochissimi nonostante conoscesse pressappoco tutti.
Fredo però da un po’ di tempo era arrivato alla frutta, vistosi perduto e privo di risorse per soddisfare l’unico bisogno residuo aveva cominciato a fare l’unica cosa che le leggi del Centro Antico proibivano: arrangiarsi con scippi e piccoli furtarelli. C’era chi lo temeva, altri, i più, lo lasciavano fare, non se ne curavano più di tanto, queste cose si mettono a posto da sole. Marino non si era intromesso perché è bene farsi i fatti propri, sapeva e teneva tutto parcheggiato in un angolino del suo cervello, affianco a tutto il resto. La sua preoccupazione rimaneva in stato di latenza, perché tutti sanno quanto sia difficile affrontare argomenti di simile rilevanza con un tossico, e infatti i loro fuggevoli e sempre più rari colloqui vertevano su fatti occasionali e di poco conto. Ora Marino era pentito, avrebbe voluto fare di più, o preoccuparsi di più, o al limite non essere mai nato, non sapeva quale ipotesi fosse la più allettante.

Quella mattina, all’alba, si era imbattuto in Fredo. Il poveretto stava appoggiato a un lampione, curvo come al solito, aveva corso, o almeno ci aveva provato. Marino lo aveva guardato: perdeva sangue da una ferita al volto. Si era avvicinato, aveva cercato di toccarlo, ma Fredo si era ritratto, come se fosse ormai contagioso e non gli andasse di contaminare con il suo virus le poche persone che gli andavano a genio e che evidentemente considerava ancora sane.
- Oh Fredo… ma che hai fatto? Guarda qua, sanguini.
“Cosa vuoi che abbia fatto. Solite cose alla Fredo. Vedrai che non è niente.”
- Non è niente, tranquillo. - Fredo aveva alzato la testa, il suo ghigno malinconico era spaccato a metà dalla luce gialla che metteva sonnolenza anche a chi non ne aveva.
“Ecco, vedi? Ti preoccupi per nulla. Se la sa vedere. Se la devono saper vedere tutti.”
Un nuovo giorno stava per cominciare e le tenebre cominciavano a diradarsi. L’azzurro umido dell’alba stava anche quella volta per sconfiggere il giallo scuro e pesante dell’illuminazione pubblica.
- Sei sicuro? - disse Marino violentandosi nel profondo per dirlo.
“Lascialo in pace. È grande, è adulto, è Fredo e andrà tutto bene.”
- Sì. - fece quello ansimando. - Ma… tu che fai?
- Torno a casa, sai, o almeno ci provo. - disse Marino. Poi, non sapeva perché e se ne pentì subito, ma si sentì in dovere di dire una bugia: - Stamattina devo scrivere.
Il sorriso di Fredo si allargò e la sua faccia parve quasi una maschera infernale.
- Bravo. Bravo! Sono felice. - biascicò.
Marino riuscì a mettergli una mano sulla spalla.
- Sai quanto vorrei vederti felice amico? - riuscì a dire.
- Ma sì, sì, è tutto a posto, sto risolvendo tutto. Bravo scrittore! Qui c’è bisogno di te, ancora tanto bisogno, io invece posso anche andare a farmi fottere!
Marino tacque, impotente, continuando semplicemente a fissarlo.
- Sai quanto vorrei essere come te, se sapessi scrivere!
Marino fu scosso da un moto di tenerezza pura e triste.
- Ti accompagno a casa?
- No no, vai, sto qui, sto bene.
Si udì un rumore improvviso, come un fruscio nel vicolo scuro. Entrambi si girarono, poi lasciarono perdere. Erano stanchi e quella era una tipica conversazione dell’alba del giorno dopo, anche se il tono era decisamente più accorato del solito, come se si trattasse di un momento più importante.
- Sai, mi sarebbe sempre piaciuto saper parlare alle donne, dire loro tante cose belle, scrivere poesie. Sai, qualche donna l’ho avuta Marì, però io non sono bravo con le parole!
- Le parole sono belle cazzate messe lì in superficie e ci puoi giocare come vuoi, contano i fatti.
- Sì però… - Fredo tossì, sputò. - …però io sono timido, ecco.
- Anch’io. Mio Dio, ma che ci facciamo qui sotto a questo coso, andiamo via. - disse Marino, mentre pensava che Fredo gli stava confidando quanto lo turbava, cioè l’essere timido, e in ciò si riassumevano secondo lui i suoi problemi, e non poteva fare a meno di rendersi conto che pensava questo quasi con amore.
- Ehi, senti… lo sai che mi ricordo ancora la prima donna di cui mi sono innamorato? E non era una donna ancora, perché avevamo sei anni, andavamo a scuola e il primo giorno di scuola, che era anche il primo giorno che l’ho vista, mi sono innamorato…
- Davvero? - disse Marino, e i suoi occhi e la sua voce mostravano un certo interesse. - Se ti faccio finire la storia dopo andiamo? Ma ce l’hai una casa? Sei sempre qui in giro…
La voce gli tremava, perché?
- Sì… si chiamava Angela… aveva capelli castani, occhi marroni e un sorriso grande.
Marino la vide, se la immaginò proprio coi codini e il grembiulino bianco, e immaginò Fredo. Non seppe dire nulla.
- Chissà ora dov’è… era proprio bella.
Fu un attimo: la moto, lo schianto, il cranio di Fredo spaccato a metà. Gli occhi di Marino si allargarono.

- Era proprio bella…

Fredo non c’era più, e Marino non smetteva di pensare a quella scena, al sangue, al fatto che lui se n’era andato perché in fondo era tutto normale: si sa chi comanda in Centro Antico, e se sgarri, drogato o no, non sarà oggi, magari neanche domani, ma stai certo che dopodomani ti ritroverai con una pallottola in testa oppure si perderanno completamente le tue povere tracce, e non era questo il primo caso. Ma stavolta non si era neanche voluto sprecare la pallottola, per quel resto umano era bastato un colpo assestato ad arte ed era morto lì come un cane sulla strada.
- Vuoi fare una cosa per me wagliò? Vattene.
Una volta Fredo gli disse così.
Non era il più regolare, né il più strano, né il più malmesso che conosceva. Ora per le strade di Zona Centro c’era un fastidio di meno, l’insetto schifoso era stato schiacciato. Cosa avrebbe fatto della sua vita se le cose avessero preso una piega leggermente diversa? Avrebbe studiato, avrebbe avuto le donne che ormai non sognava neanche più e detto loro frasi appassionate, avrebbe vinto la sua timidezza, si sarebbe sposato con Angela, sarebbe diventato un avvocato e sarebbe andato in America, invece aveva scelto di essere un tossico dell’Agglomerato che ruba in Centro per le dosi di past.

Marino sapeva chi era stato. Sapeva chi era il mandante. Troppo facile. Sapeva anche chi, sapendo, avrebbe tenuto la bocca chiusa, prendendosela col solo esecutore. Un po’ più contorto. Sapeva tutto. Sapeva, specialmente, che doveva fare un giro in bici. O forse l’aveva già fatto.

- Era proprio bella.


[1] Sua cugina.

su di me

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Ariano Irpino, Avellino, Italy
Antonio Oliva è nato nel 1985 ad Ariano Irpino (AV). Ha partecipato a numerosi progetti teatrali e musicali. Nel 2009 si laurea in Lettere Moderne e nel 2012 in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Dopo diverse esperienze nel 2015 si abilita all'insegnamento presso lo stesso Ateneo. Ha lavorato a Roma e Bergamo e vive itinerando.
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